Incontro dibattito a Chieri, 11 gennaio 2018

Da tempo la Redazione di picchioverde riflette e si interroga su come attrarre un maggior numero di giovani, sia come lettori, sia come collaboratori: lo sguardo delle generazioni più giovani sulla realtà del territorio è certamente un apporto fondamentale per gli obiettivi che la rivista si propone. Non si tratta di un obiettivo facile, ma vale comunque la pena di cercare canali di comunicazione e contenuti che diano davvero spazio e voce alle problematiche più rilevanti del mondo giovanile. In quest’ottica, nell’ambito degli incontri e convegni che la rivista propone periodicamente, lo scorso 11 gennaio si è tenuto a Chieri un incontro-dibattito dal titolo “Giovani, cultura, lavoro: uno scenario possibile” con l’intento di stimolare una riflessione sulla condizione giovanile, nell’attuale scenario sociale ed economico del nostro territorio di riferimento. L’occasione si è presentata in relazione al tema del lavoro, affrontato nell’ultimo numero di picchioverde, e l’incontro promosso dalla rivista è stato organizzato con la collaborazione del Comune di Chieri e grazie all’ospitalità del Centro Giovanile Chierese. Hanno partecipato alcuni rappresentanti delle amministrazioni, delle associazioni locali e della scuola e operatori del sociale, che con i loro interventi tematici, coordinati e collegati da Dario Rei moderatore della serata, hanno contribuito all’individuazione di uno scenario giovanile locale.

Chi sono i giovani locali?

Si considerano giovani locali le persone comprese nella fascia di età 16-34 anni che vivono, risiedono, hanno famiglia d’origine, studiano, lavorano, svolgono attività di tempo libero nel territorio compreso fra Chieri, il Castelnovese e gli altri comuni dell’area di cui proincipalmente si occupa la rivista picchioverde. Giulia Anfossi, assessore alla cultura e alle politiche giovanili del comune di Chieri, ha aperto la serata e ha introdotto l’approccio con cui la Giunta chierese sta affrontando le problematiche più urgenti, sulle quali il moderatore Dario Rei ha fornito alcuni dati.

Giovani e natalità

In Italia nel 1968 le persone con meno di 35 anni erano 29 milioni, più del 53 per cento della popolazione; oggi i giovani di 18-34 anni non arrivano a 11 milioni. Nel 1952 nacquero in Italia 844 mila bambini, nel 1964 1016 mila, 485 mila nel 2008; nel 2016 sono stati iscritti all’anagrafe 473 mila bambini (fonte Istat “Natalità e fecondità della popolazione residente”). Il tasso di fecondità italiano totale (1,34 figli per donna) è circa un terzo sotto quello francese (1,96); gli italiani hanno in media il primo figlio dopo i 30 anni, quando in media i francesi stanno già per avere il secondo. In Italia i figli sono un bene ed un costo privato dei genitori (calcolato in 8000 euro nei primi anni di vita), mentre altrove la più forte convinzione che le nuove generazioni siano un bene collettivo genera un sistema di tassazione e di assegni famigliari che rende meno gravosi i costi legati all’accudimento di un figlio. Perciò giovani poco aiutati, pur non volendolo, sono costretti a fare meno figli. Il secondo intervento di Manuela Olia, assessore alle politiche sociali, istruzione e pari opportunità del Comune di Chieri ha spiegato come il comune stia lavorando nell’ottica di creare sinergia tra le funzioni dei diversi ambiti (istruzione e sociale) e di favorire concretamente le pari opportunità.

Giovani lavoro famiglia

La scarsa conciliazione tra lavoro e famiglia penalizza il lavoro femminile: i dati del Ministero Lavoro sulle dimissioni volontarie per genitori con figli fino a 3 anni d’età ne contano nel 2016 in Italia 37.738, in 4 casi su cinque sono donne. Analoghi i dati (La Stampa del 6 gennaio 2018) relativi al Piemonte e a Torino. In 4 casi su 5 la donna lascia il lavoro per la difficoltà di assistere il bambino, dati i costi elevati delle rette negli asili nido e la mancanza di posti.

Il welfare ineguale

Le generazioni che ricevono i maggiori benefici di spesa pensionistica e sanitaria sono quelle anziane. Oggi molte pensioni, seppur basse, sono sproporzionate ai contributi versati da coloro che le ricevono. Vi sono persino coloro che hanno potuto fruire di rendite pensionistiche a partire da un’età in cui oggi si trova addirittura il primo lavoro stabile. Questa incomprensibile generosità del passato, oltre ad offrire un esempio socialmente negativo, trova oggi un mesto contrappasso nella spinta ad adeguare l’età pensionabile all’aspettativa di vita fino a 70 anni e oltre. La distribuzione del welfare dovrebbe richiamare a doveri di solidarietà (Cost art. 2) che spostino risorse dalle generazioni più anziane (che hanno avuto ma non si comprende quanto intendano ri-dare e a chi) verso quelle più giovani (che non hanno ancora avuto e non si capisce quanto possano attendersi e da chi).

Forme del disagio

A metà del 2017 si registrano in Italia 2,3 milioni ragazzi tra i 15 e i 29 anni (cosiddetti NEET -Not in education, employment or training) che non studiano, non lavorano e non seguono alcun percorso formativo: il 25,5% della fascia di età, contro una media Ue del 14,2%. Un dato certamente preoccupante, che si può in parte collegare alla combinazione di dispersione scolastica e mancanza di opportunità lavorative. Sul tema del disagio è intervenuta Paola Isabello, psicologa del Centro Aria di Torino, servizio di ascolto per giovani e adolescenti che vuole essere un’antenna sul territorio cittadino, per intercettare i bisogni e fornire delle forme di sostegno e orientamento.

Scuola e transizione al lavoro

L’analisi dello scenario di riferimento giovanile non può prescindere dalla situazione della scuola e dalla transizione al mondo del lavoro, ma considerare l’inoccupazione giovanile come conseguenza diretta di una formazione scolastica non adeguata non è corretto. Per valutare la qualità della formazione dagli esiti di inserimento occupazionale occorrerebbe infatti riuscire a separare negli esiti osservati l’apporto specifico della scuola e gli effetti di estrazione sociale ed ambientale della famiglia di origine e del contesto dove la scuola è collocata. E’ certo tuttavia che mancano figure preparate in settori come scienza tecnologia ingegneria matematica; che in alcuni distretti produttivi del paese non si trovano giovani sotto i 30 anni specialisti informatici, progettisti, ingegneri, operai metalmeccanici; e che nel contempo l’emigrazione di giovani preparati in Italia che trovano occupazione all’estero mostra la mancanza di condizioni di impiego adeguate in patria. Marinella Principiano, dirigente scolastico dell’I.T. B. Vittone di Chieri, ha presentato alcuni dati relativi all’ alternanza scuola-lavoro di recente introdotta nella scuola superiore: occorre evitare di confondere esperienze di primo approccio con ambienti di lavoro, stage didattici di formazione e tirocini professionali veri e propri o apprendistato retribuito. La domanda formativa emergente è quella di combinare al meglio – anche all’Università – crediti acquisiti in aula e crediti acquisiti nelle aziende e negli enti che accolgono gli studenti, evitando sia la formazione diversiva sia il lavoro “finto”. Su alcune problematiche specifiche che interessano soprattutto la popolazione giovane dei piccoli centri è poi intervenuto Giorgio Musso: Sindaco del Comune di Castelnuovo Don Bosco, che ha sottolineato come il contesto di integrazione economico-sociale e il problema dei trasporti verso i centri di formazione e di ricreazione non favorisca le esigenze dei giovani. Il focus è poi tornato sul tema del lavoro con l’intervento di Marina Zopegni, assessore alle politiche del lavoro, attività produttive e commercio, agricoltura, artigianato, industria del Comune di Chieri, che ha illustrato le varie iniziative del Comune che nel tempo hanno sostenuto e continuano a sostenere i giovani (e non) per l’ingresso nel mondo del lavoro e ha sottolineato le criticità dell’attuale congiuntura, anche in riferimento alla vertenza Embraco. Hanno concluso la serie di interventi Enrico Salvalaggio, presidente della consulta giovanile chierese, e Matteo De Simone presidente di RadioOhm, con le testimonianze del mondo giovanile che “ha qualcosa da dire” e lo fa attraverso attività di aggregazione e l’esperienza radiofonica, ospitate nella sede stessa del convegno.

QUALCHE DATO

Lavoro per i giovani

Gli occupati che in modo non volontario hanno lavoro temporaneo o a tempo parziale, toccano nella fascia 15-24 anni un tasso del 60,7 – 21 punti in più rispetto a dieci anni prima; e nella fascia 25-34 anni un tasso del 32% era il 19% dieci anni fa). Gli incentivi fiscali si sono mostrati relativamente inadatti ad incrementare i contratti stabili rispetto ai contratti a tempo determinato, che nel 2017 sono circa 9/10 dei nuovi contratti. Quanto al programma Garanzia Giovani avviato nel maggio 2014 dal ministero del Lavoro circa 1,1 milioni di giovani italiani vi si sono registrati e la metà si è vista offrire da centri per l’impiego o agenzie private degli stage in azienda della durata di pochi mesi (retribuiti con un massimo di 500 euro al mese). Tuttavia, secondo Eurostat, in tre paesi d’Europa (Spagna, Italia, Polonia) la quota di giovani in situazione positiva tende a diminuire nei dodici-diciotto mesi successivi alla fine del programma Garanzia Giovani. Testimonianza sul ritorno all’agricoltura di Luca Roffinella, agrotecnico e coordinatore dei produttori di zucche di Piea e testimonianza di Elena Bugnolo, Gruppo Quanta specializzato nei servizi dedicati alle risorse umane.

Uscire nella città

Una possibilità di “fare uscire” i giovani verso ruoli sociali attivi è la ripresa del servizio civile per giovani 18-29 anni in attesa di occupazione: 12 mesi, 30 ore settimanali su 5 giorni, con rimborso mensile di 433,80 euro netti. I progetti sono coordinati dai comuni, e gestiti direttamente dagli uffici comunali, a associazioni cooperative servizi assistenziali ed educativi enti culturali. In generale, “fare uscire” i giovani sul territorio significa individuare luoghi di impegno reale, che consentono apprendistato civile e interesse preprofessionale, nonché messa alla prova di se stessi in relazione con gli altri. Occorre mettere a disposizione degli spazi aperti e regolati a giovani singoli e associati , che “hanno qualcosa da dire”,”sanno qualcosa che concorre alla ricerca di soluzioni”, “sono disposti a mettersi in movimento”.

La scuola

Ai diversi livelli resta infine insostituibile il compito della scuola di allargare gli orizzonti personali oltre l’oikos e di aprire le menti e gli animi alla polis, contrastando la tendenza regressiva di riportare la polis all’oikos, la cultura alla mera utilità. Coniugare cultura e capacità significa investire sull’intelligenza e sulla passione dei giovani.

Fonte: Skuola.net

Alcune Riflessioni

di Giorgio Parena

A proposito del convegno dell’11 gennaio organizzato dal Picchioverde e dal Comune di Chieri e svoltosi presso il Centro Giovanile dell’Area Caselli, svolgo alcune riflessioni al fine di tenere vivo il dibattito, non mancherà pertanto un certo grado di provocazione. Premetto che ho condiviso l’iniziativa e ritengo che sia stato un approccio utile a temi annosi, le cui soluzioni non sono per niente di facile portata. Non si può evidentemente negare che i problemi dei giovani abbiano una loro specificità, ma temo che la ricerca di soluzioni categoriali porti a proposte inadeguate, su questa come su tante altre questioni sociali ( problemi di genere, degli anziani, degli emarginati, degli studenti, dei genitori…). Le soluzioni prospettate (o i palliativi) ai vari livelli politico/amministrativi mi paiono inefficaci ed ingiuste e spesso non fanno che declinare all’italiana tendenze ideologiche affermatesi negli anni 70/80, prima nei paesi anglosassoni e poi su scala universale. Le considero inefficaci perché intervengono sugli effetti, non sulle cause, ingiuste perché non selezionano gli interventi e finiscono col disperdere in mille rivoli le già scarse risorse pubbliche. Faccio un esempio: i 500 euro ai diciottenni non aiutano chi è veramente in difficoltà e sono uno spreco quando pervengono ai ceti sociali avvantaggiati. Certamente non creano lavoro, tanto meno costituiscono una risorsa per il disagio o la carenza di formazione e cultura (vedi i recenti episodi di baby-gang). Le stesse considerazioni possono applicarsi ai bonus-bebè, se riteniamo che la maternità non sia un problema per tutte le donne, come non lo è l’assistenza o la pensione per tutti gli anziani; non parliamo poi della detassazione orizzontale sulle case, in un paese che dispone di milioni di edifici vuoti. Come non tutti i novantenni hanno problemi di pensione, allo stesso modo non tutti i giovani hanno problemi di inserimento, di lavoro, di cultura, di formazione. In altri termini i problemi di ciascuna di queste categorie non investono riduttivamente le singole componenti, ma hanno radici ed implicazioni di carattere socio/economico, sono problemi sociali ed in quanto tali vanno trattati. Anche qui è opportuno esemplificare: l’assistenza ad un anziano indigente è evidentemente un problema per l’anziano, ma lo è altrettanto per la comunità cui appartiene; la gestione della scuola non è un problema specifico dei genitori, ma riguarda l’intera società, affidarne la gestione alle categorie (genitori, studenti, docenti) è uno dei peggiori limiti della nostra istituzione. Accanto ai casi più eclatanti sopra citati sono comparse negli ultimi tempi decine e decine di disposizioni per interventi a pioggia, che non rispondono ad alcuna logica di sviluppo e crescita in una prospettiva di almeno medio termine. Basta per curiosità accedere ai siti ministeriali o dell’INPS per trovare pagine e pagine di titoli, decreti, regolamenti, detrazioni, aiuti, sovvenzioni e sostegni vari, nei campi più disparati ed inimmaginabili. La politica delle elemosine clientelari sembra essere l’unica vera ispiratrice di meccanismi infernali, studiati si direbbe appositamente per offrire un’opportunità ai furbi, a chi non ne necessiterebbe, lasciando in sostanza che ognuno vada per il proprio destino.

La campagna elettorale dovrebbe essere l’occasione per ripensare a modelli di intervento che concentrino le ridotte risorse su poche questioni strutturali, riuscendo così ad incidere significativamente. I titoli li conosciamo perché tutti li ripetono: creare lavoro (vero, stabile), incentivare la ricerca, salvaguardare l’ambiente, rendere efficienti i servizi (pubblici, ma non necessariamente gratuiti), rivedere i meccanismi infernali dell’accesso al lavoro, a partire dagli enti pubblici locali e nazionali, che accettano acriticamente e danno irresponsabilmente per scontata l’ineluttabilità del precariato, fingendo di non rendersi conto che sopravvivono con manodopera sottoccupata, sottopagata, demotivata, perennemente ricattata dalle scadenze contrattuali, sballottata tra contratti a progetto (?), finte partite IVA, intermediazioni private…Uno spreco infinito di energie, potenzialità, opportunità e in ultima analisi anche di soldi.