Lo scrittore israeliano Yuval Noah Harari nel suo recente libro 21 lezioni per il XXI secolo (lo presentiamo nella rubrica “il Picchio segnala”) ha evidenziato quanto le grandi trasformazioni sociali, culturali e politiche del tempo presente abbiano avuto come esito una nefasta e devastante «disintegrazione delle comunità umane». Si tratta di un fenomeno non nuovo, da tempo al centro dell’attenzione e del dibattito pubblico, ma che in questi ultimi anni si è indubbiamente acuito, ingenerando negli individui un sempre maggiore senso di spaesamento e di abbandono. Il tentativo di dare vita a comunità virtuali e sovralocali non ha dato, in termini di efficacia, i risultati (da alcuni) attesi. Harari stesso più volte nei suoi libri ha del resto ricordato come ogni individuo non possa relazionarsi intimamente con più di 150 persone, e che le migliaia di amicizie virtuali che affollano i nostri profili social rischiano di essere troppo sovente solo il segno drammatico di relazioni vuote di significato, prive di autentica condivisione e amicizia. Con una velata ma sagace ironia Harari ha rimarcato le differenze che separano le comunità online da quelle offline: «Le comunità fisiche possiedono una profondità che non è paragonabile a quella delle comunità virtuali, almeno non nel futuro prossimo. Se mi trovo malato a casa in Israele, i miei amici online della California possono parlare con me, ma non possono portarmi un brodo caldo o una tazza di tè».

Nel mentre che le comunità umane si disgregano, i paesi si spopolano, e anche nel nostro territorio, prossimo alla metropoli, vediamo vieppiù i segni di questa tendenza: negozi che chiudono, case che si svuotano, servizi pubblici che vengono meno. “Piccoli comuni, grandi problemi”, così è intitolato l’approfondimento che Dario Rei, con la sua consueta competenza, ci ha offerto in questo numero autunnale del “picchioverde”: un testo che invita a riflettere e a immaginare per questi nostri territori una progettualità nuova, «non ideologica, capace di ripensare per i luoghi periferici, interni, non metropolitani, forme di vita, immagini e occasioni di rigenerazione nuove e sostenibili», come suggerisce Vito Teti in un suo avvincente volume su questi temi (Quel che resta. L’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni, Roma, Donzelli, 2017). Ecco allora che diventa urgente e ineludibile, per invertire una rotta preoccupante ed incerta, ripartire dai luoghi: «l’unica possibilità per scongiurare la fine – sono ancora parole di Vito Teti – è partire dai campanili, dalle chiese, dalle facciate sacre che mostrano il senso di comunità e appartenenza della gente». Alla luce di queste considerazioni acquisisce ad esempio valore e significato il lavoro prezioso portato avanti della Rete Romanica di Collina, di cui abbiamo trattato negli ultimi numeri (“picchioverde”, n. 4/2018 e 5/2019), volta a far scoprire, anche a residenti e neoresidenti alcuni antichi spazi della comunità. Ma la “sacralità” dei luoghi non va riferita solo agli edifici ecclesiastici, sia bene inteso, ma interpretata in senso ampio, comprendendo ogni spazio in cui storia, identità e relazione si appalesano, come ci ha insegnato Marc Augé in pagine ormai classiche (Nonluoghi, Milano, Elèuthera, 1993).

Se le cose stanno così, ecco allora che diventa opportuno e necessario mettersi in cammino, alla ricerca dei piccoli borghi, dei luoghi appartati e talvolta dimenticati, spazi che ci raccontano di cosa sia stata e di cosa ancora possa essere, alla scala microlocale, la comunità: posti come Ternavasso, di cui ci narra in queste pagine Alessandro Crivello, Cascina Lai di Santena, presentata da Giovanni Donato e il Museo Arti e Mestieri di un tempo di Cisterna d’Asti, illustrato da Tiziana Mo, possono infatti diventare in qualche modo il paradigma e il modello per un territorio che ancora fa fatica a (ri)trovare una sua identità, ma che dalla propria storia plurisecolare, così come dalle buone pratiche innovative può trovare opportuni indirizzi di senso, valide traiettorie di futuro.

Gianpaolo Fassino