Quando gli scarti non erano rifiuti ma risorse

di Silvana Parena

Quando vado a fare la spesa mi trovo spesso a pensare al negozio di mia nonna. Era un tipico emporio di paese, in piemontese butega, dove si trovava un po’ di tutto, almeno quello che serviva agli abitanti del paese, per la maggior parte contadini.

La bottega era una stanza della casa nella quale abitavamo e che veniva aggiustata man mano che la famiglia cresceva o cambiava. In un’altra parte della casa c’era anche il panificio, dove prima mio nonno, che non ho mai conosciuto, poi altri panettieri facevano il pane per tutto il paese. Molta gente arrivava con una borsa fatta quasi sempre in casa con vecchie stoffe riciclate e con un libricino su cui ogni volta si segnava la quantità di pane presa. Presa, perché la farina era quella dei loro campi e mi pare che periodicamente si facesse una specie di conguaglio tra la farina portata ed il pane consumato. Questi miei ricordi sono degli ultimi anni ‘50 e primi anni ’60 del secolo scorso.

Anche nella bottega la gente veniva con la stessa borsa e qualche massaia particolarmente attenta a non sprecare nulla, non tanto per necessità quanto per principio, per “cultura”, per abitudine introiettata dall’educazione ricevuta, si portava dietro anche le carte della spesa precedente perché mia nonna le riutilizzasse per incartare la nuova spesa: la carta dello zucchero, della pasta, ecc. Sì, perché i prodotti non erano preconfezionati, ma arrivavano in negozio in grosse scatole, o sacchi, o latte, dalle quali con grosse palette la nonna prelevava e metteva sulla bilancia il chilo di pasta, il mezzo chilo di zucchero, caffè, biscotti, caramelle, qualunque cosa. Ricordo ancora le tentazioni di me bambina davanti a enormi vasi di vetro con pastiglie di zucchero, caramelle, e – solo in qualche occasione particolare dell’anno – cioccolatini.

Se ti serviva l’olio, dovevi portarti una bottiglia, che veniva riempita con un imbuto del prodotto prelevato da una grossa latta. Uova e latte si compravano direttamente dai contadini.

Il riso e certi tipi di pasta stavano in sacchi di stoffa con i quali mia madre ha confezionato per me decine di vestiti “per tutti i giorni”; solo il vestito della domenica era fatto con bella stoffa comprata!

Mi viene questo ricordo ogni volta che entro in un supermercato – allora non ce n’erano – e soprattutto quando mi capita di vederne il retro, dove vengono stoccati i rifiuti. Mi viene questo ricordo ogni volta che entro in un negozio e devo ingaggiare una specie di lotta per non farmi riempire di sacchetti di plastica (anche quando ho con me la borsa pieghevole portata da casa), vado al mercato per evitare di dover comprare più confezioni che prodotti. Mi viene questo ricordo ogni volta che svuoto i contenitori dei rifiuti – differenziati, certo, ma sempre pieni – e penso alla quantità di scarti che produciamo ogni giorno, con tutti i problemi di inquinamento, smaltimento e rischi per la salute che ne derivano.

Non racconto questa storia perché sono una nostalgica del passato, ma per riflettere su cosa sia realmente il “progresso”, che non può esserci senza fare i conti con la nostra storia ed il patrimonio che abbiamo ereditato dalle passate generazioni. In parte e molto lentamente ci si sta rendendo conto che per andare avanti è necessario sapere da dove vieni, confrontare ed aggiungere nuove conoscenze a vecchie conoscenze, prima – se è il caso – di sostituirle. In molti casi (dalla medicina all’edilizia, all’agricoltura, ecc.) si sono liquidati usi e comportamenti considerati superati, per poi scoprire, dopo qualche generazione e parecchi disastri, che erano meglio dei nuovi, se reinterpretati ed adeguatamente rinnovati. Un esempio tra i tanti è rappresentato da un recente premio Nobel per la medicina, che partendo dalla medicina tradizionale cinese ha portato alla scoperta di un efficace rimedio per la malaria.

La “butega” di mia nonna – e poi di mia madre – in paese non c’è più. Andiamo tutti in auto nei paesi vicini

1 Commento su La bottega di mia nonna

  1. Grazie Silvana. La saggezza che avevano i nostri nonni è una perla preziosa da proteggere, divulgare e per quanto possibile,vivere.

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