La grande caramella del sole perde i primi pezzi contro la dentatura delle montagne. Un pennello intinto nel giallo oro colora i vecchi muri intonacati. Il cielo rotola sulle infinite sfumature della tavolozza, fino al viola carico che precede il calare della notte.

Ma intanto, al centro di questo silenzioso perimetro quadrato, un’invisibile pastello replica ad ogni tramonto la sua effimera opera, e l’intera tua figura bianco gessosa riacquista i propri colori originali. I tuoi capelli si fanno castani, l’ampia tunica, richiamata sotto il seno da una cintura dorata, si tinge di rosa pallido, il mantello ridiventa turchese, azzurra la porzione di nuvola sulla quale appoggi i piedi nudi. Con cautela scendi i gradini del piedistallo e finalmente puoi appoggiare sul terreno il bambino che tenevi sul braccio sinistro. Ti sgranchisci le membra intorpidite da dodici ore di immobilità mentre il tuo piccolo sgattaiola subito sui sentieri ingombri di foglie e sterpi.

Tu lo richiami alla massima attenzione, ricordandogli la notte in cui ritornaste in tutta fretta sui vostri passi. Arrivarono a fari spenti e sfondarono la debole porta di ingresso con una spallata. Già ubriachi, continuarono a passarsi lattine di birra per poi prendere la mira e tirarvele addosso, come al tiro a segno. Dopo quell’episodio, il marchese fece installare una robusta serratura e persino l’antifurto. Troppa grazia, consideri sorridendo, qui c’è poco da rubare.

Quando, come sempre, il piccolo ti chiede perché potete muovervi solo di notte, gli rispondi accennando vagamente a un incantesimo. Poi, con voce intensa, gli racconti la leggenda dei due innamorati, condannati ad essere lei un falco di giorno e lui un lupo di notte, senza potersi mai incontrare. Il tuo bambino rimane a bocca aperta, gli piacciono queste storie, e vuole sapere come andò a finire. E allora tu gli parli di un’eclissi, di un momento in cui la notte è senza il giorno e il giorno senza la notte. Finalmente si incontrarono e l’incantesimo svanì. L’apprensione del tuo bambino si placa, ti prende per mano e si fa accompagnare ai minuscoli tumuli dei due gemellini, morti a pochi giorni dalla nascita, uno dopo l’altro. Oppure a trovare il prete del borgo, l’ultimo ad essere seppellito qui sessant’anni fa, poi gli altri andarono a coricarsi al cimitero comunale.

Ma adesso la tua stretta è più ferma, a oriente il buio del cielo si fa meno ostinato e le stelle appassiscono. Non si vede ancora il sole ma già se ne intuiscono le intenzioni. La calce riprende il sopravvento, illividisce i colori dei vostri abiti, delle labbra e degli occhi, dei tuoi lunghi capelli scuri e dei suoi boccoli ancora biondi. E’ ora di risalire sul piedistallo e riprendere la tua abituale postura, la mano destra in avanti, il mantello che ti avvolge pizzicato sotto il gomito sinistro. Sul tuo viso calcareo distendi il consueto velo di mestizia.

Il piccolo che hai ripreso in braccio prova a imitarti ma non ci riesce, e sulle sue guance paffute si fissa uno scampolo di sorriso.