Al mattino le sfili accanto rapidamente, nel tuo frettoloso percorso verso la città in cui lavori. Ma è soprattutto la sera che ti appare nella sua grezza solennità quando, percorrendo la curva che abbandona l’abitato, affronti con più calma la lieve salita che avvolge la collina. E stasera hai deciso di parcheggiare nella stradina sterrata per scendere a guardarla. Cattedrale nel deserto, senza dubbio. I due volumi principali, con le tipiche coperture a botte, una sorta di basilica affiancata da un maestoso porticato. Ti scappa un sorriso. Benché nella sua breve storia siano stati coinvolti numerosi parroci, le funzioni che qui si celebravano non erano affatto religiose.

Adesso hai attraversato la statale e lo stretto fosso che la costeggia. Ti sei quasi nascosto dietro agli arbusti, hai sfilato gli occhiali e ti sei acceso una sigaretta. La tua personale panoramica inquadra l’abbraccio protettivo della collina, poi il complesso degli edifici incassati nell’asfissiante vegetazione, l’ardita architettura aerea della pensilina sul peso, la tua auto parcheggiata. E infine quei due.


Il sole al tramonto disegna le loro lunghe ombre ciondolanti mentre avanzano sul ciglio della strada, uno dietro l’altro, gli zainetti sulla schiena, il berretto in testa. Camminano oscillando, come se i timpani reagissero al suono perpetuo di una reggae band. Il primo ha una borsa del discount con poche cose dentro, il secondo porta un cartone con sei bottiglie d’acqua. Quello davanti si gira a dire qualcosa che tu non puoi sentire e poi scoppiano in una risata. Svoltano nella stradina, si arrestano a studiare la tua auto parcheggiata, poi borbottano qualcosa tra di loro e, con un’alzata di spalle, proseguono. L’importante, avranno pensato, è che non sia un’auto della polizia. Scavalcano la recinzione piegata, passano dietro il gabbiotto del peso e spariscono nelle viscere del fabbricato.

E tu senti qualcosa di corrosivo che ti gorgoglia nello stomaco, qualcosa di quei liquidi stravaganti che qui usavano per produrre il barbera a genuinità controllata. Perché ti rendi conto che queste persone, queste risorse indispensabili negli orari lavorativi, con il calare dell’oscurità devono svanire. Nascoste quando non le utilizzi, spente come un macchinario inattivo. Ti disturba incontrarli nel tuo bar, nella tua pizzeria, sulla tua spiaggia, sentirli blaterare al cellulare nelle loro lingue incomprensibili. Ti disturba la maglietta chiassosa, il sudore, la loro illogica allegria.
Un po’ ti vergogni e ti viene naturale chiedere che senso abbia ancora la parola sociale, quella scritta sbiadita che si ostina a resistere tra la vetrata azzurra e il balcone. Forse anche lei è diventata un rudere.

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