di Giorgio Finello

A quei tempi, in quarta geometri, tu fr  equentavi già il collettivo politico, jeans stinti e maglioni peruviani, giacca di velluto del nonno e finte clarks ai piedi. Però per la leva dei diciott’anni ci voleva qualcosa di elegante, qualcosa che facesse festa. E allora siete partiti, tu e i tuoi genitori, per quel magazzino che già all’epoca era aperto anche di domenica. Avete percorso per ore le sue lunghe navate, provato questo e provato quello davanti allo specchio, storto il naso e alzato le spalle un’infinità di volte. Alla fine, la capacità di persuasione della commessa aveva fatto breccia nelle perplessità dei tuoi genitori, convincendoli sull’opportunità dell’investimento.

Tu avevi cercato di opporti, entrando e uscendo da quelle fodere scivolose con movimenti gelidi, stizziti, ripetendo in toni sempre più aspri che non la volevi proprio, che tanto non l’avresti mai messa. Poi, in un angolo, tuo padre aveva proposto la soluzione di compromesso: ti avrebbero comprato anche il loden verde, in modo da sfoggiare la pelliccia alla messa e al pranzo ufficiale per poi rifugiarti nel loden al calar delle tenebre, quando si andava a ballare.

Eccoti, dunque, nella foto di gruppo col tuo giaccone di lapin, riquadri di varie sfumature di grigio e bottoni argentati, garofano rosso sul risvolto, capelli lunghi con la riga sulla destra. Sul tuo viso pallido aleggia un sorriso incerto, sospeso tra quello più cristallino dell’amica brava ed altri sorrisi già più enigmatici, più studiati.

Però oggi, a distanza di quarant’anni, ti sei fatta contagiare dal magico potere del riordino e hai deciso di riportare alla base l’importuna pelliccia. E quindi ti rimetti in posa, ti specchi nelle vetrine deserte del vecchio magazzino, alle tue spalle una curiosa costruzione di legno disposta ad angolo. Una via di mezzo tra la pagoda giapponese, lo chalet svizzero e la veranda di una roulotte. Ecco dove venivano i maschi dopo avervi riportate a casa dal Prater, ammassati in un covo tutto per loro, a ingozzarsi di pizze e stordirsi di birra. Poi il mattino dopo a messa non stavano in piedi, sul sagrato si appoggiavano alle macchine, visi terrei e occhiaie profonde, labbra livide appese alle perenni sigarette.

Ma adesso concentrati, e prova a immaginarti nella scena finale di un cortometraggio cinéma-vérité. Fotogrammi rigati, tinte slavate, accordi tremuli. Hai afferrato la tua pelliccia per una manica e la trascini sul piazzale, come una preda che hai appena abbattuto. Con un largo gesto la abbandoni sul lastrone di cemento, sviti il tappo di una tanica di benzina e la inzuppi di liquido rosa. Estrai dalla tasca uno zippo, lo fai scattare e glielo getti sopra. Fissi le fiamme guizzanti che divampano e la cinepresa arretra inquadrando lo sfondo tremolante. Il volume della colonna sonora lievita fino a sovrastare il crepitio del falò. Titoli di coda.

Niente di tutto questo, tu esci per l’ultima volta dalla pelliccia, sollevi il coperchio del cassonetto verdastro e la adagi sul fondo. Poi torni verso la tua auto, più leggera, come pacificata. E ti accorgi che qualcosa ha ripreso a suonarti dentro, che senza volerlo assecondi nei movimenti il ritmo di una nuova melodia interiore.

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