di Giorgio Finello

Ti stiri nel letto vuoto e allunghi braccia e gambe in avanti, come una gatta appagata. La porta della terrazza è accostata, le tendine tremolano nella brezza, un brivido gelido sulle tue spalle nude. Il corpo ancora esulta per le meraviglie notturne e ti scappa un sorriso rievocando la riluttanza nell’accettare l’invito. Nel deserto che ti stava prosciugando, un miraggio annunciava l’oasi verdeggiante. Eppure non riuscivi a liberarti da un fastidioso campanello d’allarme, dal subdolo sospetto che avrebbe potuto essere paradiso oppure rivelarsi una trappola infernale.
Ma è bastato imboccare il viale di ingresso per rilassarti. Nella penombra della hall ti sei tenuta un po’ defilata mentre lui si avvicinava alla signora della reception. Un parlottare fitto per alcuni momenti e lui deve averle rifilato qualche sua facezia perché hai colto un accenno di risata, subito soffocata. Nella suite all’attico ti sei lasciata pilotare tra profumi di fiori e specchi strategici, candele ardenti disseminate sulla terrazza, champagne rosa ghiacciato, luna piena, miliardi di stelle. E poi è stato paradiso.
Adesso stai bussando alla porta del bagno. Un lieve cigolio quando si schiude, il tonfo attutito di una goccia che stilla, un vago sentore di muffa. In terrazza candele esauste e calici a metà, qualche mattonella sconnessa dall’incessante sforzo di ciuffi d’erba laboriosi. E lui dove sarà finito? Ma certo, che scema, si è svegliato prima di te ed è sceso a fare colazione, senza disturbarti. Ti butti qualcosa addosso e ti affacci in corridoio, alla ricerca del cavaliere smarrito.
La soffice moquette sulla quale stanotte danzavi, alla luce del giorno esibisce zone usurate e macchie minacciose. Un’ovattata musica in sottofondo, un famoso assolo di chitarra al quale però, in questo momento, non sai dare un nome. Il ragazzo dell’ascensore è evaporato, il cigolio della cabina ti sprofonda nel vuoto. Acceleri il passo solcando una hall disabitata, foglie secche in un angolo, fruscio di voci assenti. Nella sala ristorante un solo tavolo preparato, ma le rose del vaso hanno già reclinato il capo. Il tuo labbro comincia a vibrare mentre scatti di corsa verso la porta di ingresso. Abbranchi con foga i due battenti ma una robusta catena irride i tuoi sforzi. Ti trovi a sbattere le palme aperte sui vetri, come le ali di una mosca prigioniera.
Trascini il corpo alla reception e lo specchio ti rimanda un viso sfregiato da rughe di terracotta. Mentre la mano si schianta sul campanello riesci a mettere a fuoco, tra le lacrime, una logora targhetta che ieri sera non avevi potuto leggere:

“Gentile ospite, rilassati. Renderemo il tuo soggiorno talmente piacevole che non potrai più lasciarci.”

 

E ora tocca a voi: dov’è ambientata la Ragnatela del mese di Dicembre? Trovate la soluzione qui! 
Ed in questo racconto gli indovinelli sono due: nel testo ci sono alcuni riferimenti a una famosa canzone degli anni Settanta, li avete notati? La canzone a cui facciamo riferimento è questa

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