In attesa dell’incontro Giovani, Cultura, Lavoro: Uno scenario possibile di giovedì 11 gennaio 2018 a Chieri, vi lasciamo questo racconto di Daniela Parena, ispirato dalla vicenda degli “scontrinisti” della Biblioteca Nazionale di Roma.

Nell’aprile scorso, in occasione dell’inizio della campagna referendaria contro i voucher, torna sulle pagine dei giornali la vicenda degli “scontrinisti”: lavoratori della Biblioteca Nazionale di Roma che lavorano ufficialmente da volontari, ma svolgono tutte le mansioni dei dipendenti e sono pagati a rimborso spese in base agli scontrini presentati. E’ un lavoro nel lavoro, il lavoro di pollicino: giornate passate a raccogliere gli scontrini-mollichine di pane per mettere da parte 400 euro al mese per 24 ore di lavoro settimanale, erogato attraverso una cooperativa che presta il lavoro volontario alla biblioteca più grande d’Italia. Un altro modo che lo Stato usa per aggirare il blocco delle assunzioni nel pubblico impiego, e non solo nei beni culturali. Dopo i voucheristi, ci sono loro. È la nuova frontiera del precariato: il lavoro a scontrino senza contributi, né tutele: turni, rientri, ferie, malattie, infortuni, maternità o pensione.

Rif.: retisolidali.it

 

Ce l’ho.
È l’ultimo.
Con questo fanno 400,18 euro.
Lo accarezzo tra pollice e indice: la carta termica, liscia, morbida e leggermente lucida, ha ancora il suo odore caratteristico.
Faccio bene attenzione a non stropicciarlo: è piccolino, stretto e lungo, ma l’importo fa di lui un grande scontrino.
Avevo perso le speranze di raggiungere la cifra: mi mancavano ben 35,60 euro per chiudere il mese.
Lui non lo vedevo da allora, da quando… saranno passati tre o quattro anni, avevo chiuso la nostra relazione, esasperata dai suoi sbalzi di umore e dalle sue mille fissazioni.
“Se mi lasci ti ammazzo!” aveva bisbigliato. A volte era “mi ammazzo” a volte “ti ammazzo”.
E comunque faceva paura, paura più che se me lo avesse urlato in faccia. Ma quelle stesse parole mi dicevano che stavo facendo la cosa giusta.
Era qui a cercare uno dei soliti libri assurdi.
Buongiorno, mi dica – ho detto senza staccare lo sguardo dal video del computer, lui mi ha allungato sul bancone un post-it giallo con sopra quel titolo ed è stato come se mi presentasse un suo documento d’identità.
Ho alzato lo sguardo e ho incrociato il suo sorriso disarmante.
Non è cambiato niente –mi sono detta – e gliel’ho cercato, il libro.
Grazie del libro – mi ha detto – se mangi qui ti offro il pranzo.
Ah, e… perchè? – ho chiesto un po’ confusa e un po’ per finta. Perchè ho pensato subito allo scontrino, no? E avrei fatto qualsiasi cosa per quell’ultimo scontrino.
E adesso ce l’ho qui, l’ultimo per chiudere il mese.
Apro il foglio excel per il rimborso e tiro fuori dalla busta trasparente il mio tesoretto di scontrini da registrare.

donna scontrinista
Nella foto: Laura, 35 anni, Scontrinista. da 6 anni lavoratrice fantasma alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma da 6 anni raccoglie scontrini. Stampa termica su 100 scontrini usati, 50×75 cm, © Francesco Capponi 2017. (Ref.: “il manifesto” del 13.04.2017)

Il primo è autentico: la mia colazione del 2 febbraio 2017, giovedì.
Poi sfilano altri esemplari variamente connotati: me li ricordo, uno per uno, per esempio quello leggermente strappato sul bordo, che ho sfilato da sotto il tacco a spillo di una elegante signora vestita di giallo con gli accessori neri. Stava bevendo un caffè macchiato appoggiata al bancone, immersa in una conversazione con un giovane che avrebbe potuto essere suo figlio, anche dal tono della conversazione. Lo scontrino era del ricercatore che stava davanti a me in coda alla cassa e che aveva pagato la colazione a un nutrito gruppo di colleghi; avevo capito che doveva avere appena vinto un concorso per un posto a tempo indeterminato. Mi aspettavo che avessero brindato a champagne, invece il conto di cappuccini e brioches non arrivava a 15 euro.
Ma ai primi del mese vale tutto, anche mettersi carponi sotto un tacco a spillo, per appropriarsi di uno scontrino lasciato cadere distrattamente, appena la signora in giallo sposta il piede destro.
Lo scontrino porta il segno del tacco e si è un po’ sporcato, cerco di ripulirlo con la gomma per cancellare, liscio l’ammaccatura con l’unghia del pollice, si segna con qualche rigaccia, ma può andare. È credibile che si possa essere un po’ sciupato anche dentro il portafoglio, forse incastrato nella lampo…
Riempio le righe del foglio excel, ma ho ancora in mano l’ultimo scontrino perfetto, come appena battuto, con il suo importo di 35,60 euro.
C’era la paella quel giorno, poi ci siamo concessi il dolce.
A dispetto del passato turbolento, quel giorno tutto sembrava attutito dal tempo e dalla distanza.
Ero già messa così da anni quando l’ho lasciato, ma finchè eravamo una coppia, benchè instabile, improbabile e infelice, forse vedevo questa condizione di lavoratrice/volontaria con occhi diversi, con la leggerezza della temporaneità, che era instabilità di una coppia, e pertanto parziale. Una volta da sola, è diventata l’instabilità definitiva di me tutta intera.
Lavorare in biblioteca è sempre stato il mio sogno. Lavorare alla Biblioteca Nazionale di Roma un miraggio insperato. Invece poi ecco, sono qui. Il sogno si è realizzato, ma in una specie di incubo. Da 6 anni lavoro e vengo pagata non per quello che faccio, ma per quanti scontrini ho raccattato in giro. Una forma “nobile” di accattonaggio.
Dietro il filo di questi brutti pensieri mi sono incantata a guardare lo scontrino rubato sotto il tacco a spillo della signora vestita di giallo. Aveva al braccio una borsetta che sarà costata come 2 o 3 dei miei rimborsi spese.
Comunque il problema non è la borsetta della signora, certo.
Non mi piaceva neppure.
Il problema è che lo quello stronzo del mio ex il pranzo non me l’ha mica pagato.

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